Ricordo

Salgo le scale di corsa, con il cuore in gola attraverso l’atrio semideserto a quest’ora, percorro il dedalo di corridoi che conosco a memoria  urtando, senza curarmene, qualche figura solitaria che staziona in attesa davanti a una porta; mi infilo nell’ascensore e premo il bottone.

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E mentre inizia lenta e interminabile la salita ai piani,  nella mia testa va in onda l’ennesima replica del film già proiettato mille e mille volte: ma questa è quella buona, quella che sapevi doveva arrivare ma non riuscivi ad immaginare veramente come sarebbe stato.

Un breve dling annuncia che la corsa è finita; nel lungo corridoio hanno abbassato le luci per la notte che arriva; le porte si aprono a destra e a sinistra in modo asimmetrico, qualcuno scambia parole a bassa voce, in un bisbiglio per non disturbare chi riposa. Giunge di tanto in tanto un clangore metallico come di ferri che sbattono per un attimo, o un suono soffocato di carrelli che scivolano silenziosamente nella semi oscurità a distribuire le ultime consegne. Ogni tanto qualcuno, evidentemente dalla divisa uno del personale, entra o esce frettolosamente da una stanza, il volto già stanco di chi deve affrontare un turno di veglia.

Quando finalmente, contando con lo sguardo i numeri ad uno ad uno, arrivo davanti alla porta un tuffo al cuore mi paralizza per una frazione di secondo prima che il battito riprenda follemente accelerato.–br–

Entro, alla fine, e la vedo distesa sul letto, un groviglio di tubi e di fili che corrono sopra e sotto le coperte. Dorme, apparentemente, gli occhi chiusi, due ombre scure nel viso di un pallore spettrale. Solo dopo molti sforzi, quando qualcuno la riscuote per dirle che sono arrivata, solleva fugacemente le palpebre e proprio allora, nel vedere le pupille ridotte ad una capocchia di spillo, capisco che davvero è finita. Fa cenno di si con la testa ma non credo  mi abbia riconosciuta e abbia compreso che sono venuta a salutarla per l’ultima volta.

Mi siedo a fianco del minuscolo fagotto di pelle e ossa: non posso che attendere, impotente, che tutto finisca e non so se è maggiore lo strazio dell’evento atteso o il desiderio che si compia alla svelta. Passano le ore silenziose e interminabili; ogni tanto un moto impercettibile o un lungo sospiro fanno immaginare che sia tutto rimandato, ma è solo l’illusione di  una manciata di attimi in cui la coscienza obnubilata si risveglia alla consapevolezza della fine che arriva.

Mi accollo il pietoso compito di riportare indietro le sue cose: nella stanza ormai vuota raduno nella borsa i pochi oggetti  messi insieme alla svelta per l’ultima corsa verso l’inutile speranza.

Varco la soglia di casa e mi dirigo verso la sua camera: perfettamente rifatto il letto, ma non riesco ancora a  credere alla realtà di quel vuoto, ormai definitivo, dalla sua parte. Alla vista delle pantofole ancora ordinatamente poste a fianco del letto, pronte ad accogliere i suoi piedi mi si stringe il cuore. Poi apro la borsa e,  lentamente, comincio a riporre le sue povere cose inutili: la tazza e il cucchiaio che non sono serviti a niente,  le calze e le maglie che non le serviranno più. Un nodo mi serra la gola fino a quando calde gocce cadono sulle mie mani e scorrono via portandosi dietro un dolore inconsolabile.

E’ lungo il viaggio, ma immersa nel limbo dei miei pensieri quasi non ci faccio caso. Triste tornare e ritrovare la consuetudine rassicurante delle proprie cose e del proprio mondo, ma con la consapevolezza che qualcuno che se ne è appena andato non vi farà più parte.

Non ricordo nulla, solo che il letto è freddo e umido perché, nel frattempo, è arrivato l’autunno. Anche nel mio cuore.

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