L’ultima volta

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Era una giornata molto calda. Eravamo seduti sulla scalinata come due turisti qualsiasi. Io con la bottiglia dell’acqua e tu con lo zaino accanto, color miliare. Il sole di agosto picchiava senza pietà sulle nostre teste scoperte. Ad onta del caldo io indossavo un paio di jeans troppo pesanti e delle ballerine rosse, dello stesso colore della t-shirt. Tu avevi un paio di pantaloni di tela di colore chiaro e una polo color cilestrino.

Siamo stati a lungo in silenzio, forse stremati dal caldo dopo la lunga camminata; forse nell’imbarazzo di proununciare parole che potevano essere definitive. Hai messo un braccio attorno alle mie spalle e hai avvicinato la  guancia alla mia dandomi un veloce bacio cameratesco mentre pronunciavi parole scherzose per sdrammatizzare l’intimità del gesto. Ti ho guardato un attimo fissando i tuoi occhi azzurri e la tua fronte larga incorniciata da capelli biondi scompigliati. Poi ci siamo incamminati per raggiungere gli altri; alla stazione ci aspettava  il treno per portarci in opposte direzioni.

Quando ci siamo incontrati di nuovo erano passati venti anni. Mi hai turbato rivelandomi quello che avevi provato per me e che allora non avevo intuito. Nonostante la distanza eri invisibilmente presente: mi mandavi gli auguri a Natale e per il compleanno; ci scambiavamo fugaci confidenze e riflessioni, con il tono leggero condito da quell’ironia che ci contraddistingueva entrambi,  ma dalla  sostanza profonda di chi sa che il tempo non ritorna ma si può recuperare quello che è rimasto.

Poi non ti ho più sentito e un giorno, solo per caso, ho scoperto che qualcosa era successo. Te ne sei andato senza dirmi nulla, era troppo tardi anche per salutarti. Lo faccio adesso: addio amico mio, ora so che mi manchi.

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Novembre

 

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Ricordo i vetri appannati, il  fiato che usciva dalle bocche come una nuvola di fumo, ma freddo non sentivamo. Ricordo i baci, prima lievi e incerti e poi sempre più appassionati e le mani che cercavano sotto gli abiti, sfilavano le sciarpe, sollevavano maglie e camicie, stringevano la pelle calda. Ricordo corpi improvvisamente leggeri che riuscivano a farsi sottili insinuandosi tra i  sedili posteriori. Ricordo giusto il tempo di sollevare l’ampia gonna a pieghe, abbassare i collant e spostare la sottile striscia di seta che ancora ci separava per sentire i nostri umori mischiarsi in un mare infinito. E in quel mare  il tuo scivolare – inavvertitamente? – nell’orifizio inviolato, il dolore, le lacrime e poi la  sorpresa del tramutarsi del dolore in un piacere inaspettato e sempre più violento che ci coglieva insieme.

Mi appoggiavi la testa sulla schiena, ricordo, mentre mi accarezzavi le braccia e le spalle e io, con il capo reclinato sullo schienale, osservavo il nulla immersa nei miei pensieri che volavano via.  Poi ci riscuotevamo  e, passato il dito sul vetro, guardavamo fuori per scoprire che era diventato scuro. Ricordo la strada fangosa tra le foglie cadute e la corsa verso quella stanza calda e accogliente dove, accoccolati davanti al camino, uno di fronte all’altro, ci raccontavamo  storie infinite con tra le mani il calice del vino.

Io ricordo…

Autunno

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Mi è sempre piaciuto l’autunno, dolce stagione di mezzo dai colori sfumati come i sentimenti che coltiva. Stagione nella quale, per me, si sono sempre preparate, o chiuse,  grandi cose.

Eppure, il cuore mio non s’acqueta.

Il viaggio

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Dopo qualche scossone e molte soste il treno sembra essere arrivato a destinazione. Fuori il paesaggio è immerso nella nebbia; solo a tratti, guardando dal finestrino, ho intravisto di tanto in tanto qualche squarcio – prati e colline – illuminato da un debole sole, per poi tornare immediatamente ad essere sommersa dal nulla ovattato senza spazio.

Mi accorgo che qualcosa è cambiato da un lieve trambusto che avverto in lontananza, vociare e rumore di oggetti, bagagli?, spostati e appoggiati pesantemente a terra.

Lo scomparto sembra vuoto ora, anche se ricordo di aver visto una figura discreta passare di tanto in tanto tra i sedili, forse un inserviente che si assicurava che tutto filasse a dovere o magari solo un passeggero premuroso che voleva prendersi cura dei compagni di viaggio.

Mi giungono chiacchiere e brani di discorsi apparentemente senza senso e una risatina di donna soffocata, accompagnata da alcune parole bisbigliate di un uomo, anch’esse incomprensibili.

Da una folata d’aria che arriva dal corridoio capisco che è venuto il momento di alzarmi, mi guardo attorno per raccogliere le mie cose ma realizzo di non avere quasi nulla con me, solo un cappello e una vecchia borsa da viaggio con pochi oggetti personali. Non ho soldi o carte di credito, ma penso che non mi serviranno.

Nell’affacciarmi alla porta del treno vengo investita dall’aria umida: intravedo rotaie perdersi nel nulla e non riconosco il paesaggio attorno a me, non so dove sono e i pochi passeggeri si sono già dileguati. Ma so che devo scendere.

Cambiamenti

Mi capita di pensare che anni fa ero piuttosto insicura ma, nondimeno, piena di certezze. Con il passare del tempo ho acquistato sicurezza ma, al posto delle certezze, mi sono ritrovata con molti più dubbi.

Sarà che la giovinezza è una malattia che guarisce presto?