Il viaggio

treno1

Dopo qualche scossone e molte soste il treno sembra essere arrivato a destinazione. Fuori il paesaggio è immerso nella nebbia; solo a tratti, guardando dal finestrino, ho intravisto di tanto in tanto qualche squarcio – prati e colline – illuminato da un debole sole, per poi tornare immediatamente ad essere sommersa dal nulla ovattato senza spazio.

Mi accorgo che qualcosa è cambiato da un lieve trambusto che avverto in lontananza, vociare e rumore di oggetti, bagagli?, spostati e appoggiati pesantemente a terra.

Lo scomparto sembra vuoto ora, anche se ricordo di aver visto una figura discreta passare di tanto in tanto tra i sedili, forse un inserviente che si assicurava che tutto filasse a dovere o magari solo un passeggero premuroso che voleva prendersi cura dei compagni di viaggio.

Mi giungono chiacchiere e brani di discorsi apparentemente senza senso e una risatina di donna soffocata, accompagnata da alcune parole bisbigliate di un uomo, anch’esse incomprensibili.

Da una folata d’aria che arriva dal corridoio capisco che è venuto il momento di alzarmi, mi guardo attorno per raccogliere le mie cose ma realizzo di non avere quasi nulla con me, solo un cappello e una vecchia borsa da viaggio con pochi oggetti personali. Non ho soldi o carte di credito, ma penso che non mi serviranno.

Nell’affacciarmi alla porta del treno vengo investita dall’aria umida: intravedo rotaie perdersi nel nulla e non riconosco il paesaggio attorno a me, non so dove sono e i pochi passeggeri si sono già dileguati. Ma so che devo scendere.

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Genitori surrogati

bimbo cicogna

Premetto che non ho le idee chiare e una posizione ben definita. Se sia un bene in nome della battaglia per i diritti civili o un male per il mercimonio che ne scaturisce; se sia l’ennesima umiliazione della donna ridotta al rango di fattrice a pagamento mentre il bambino diventa oggetto di scambio in un mercato di nicchia. Se sia un ulteriore traguardo nell’inarrestabile progresso della società o piuttosto l’ultima frontiera della turpitudine umana. Sta di fatto che tutto questo gran vociare che si fa sulla paternità surrogata di Vendola e del suo compagno mi fa venire in mente che più la società si evolve più si complicano le relazioni interpersonali e i rapporti sociali, pretendendo ormai anche lo Stato di intervenire in vicende che dovrebbero rimanere private con il pretesto di tutelare i valori della convivenza civile organizzata o di prendersi cura di soggetti più deboli.
Che la maternità o la paternità surrogata si sia sempre praticata fin dai tempi più antichi è cosa nota: uno dei primi casi che si conosce è quello del buon Giuseppe, che proprio grazie a un provvido intervento giunto dall’alto, divenne padre di un figlio che non aveva concepito. Anche il Patriarca Abramo, in fondo, si può elencare nel novero dei casi: pare che Lot non avendogli partorito una discendenza gli abbia dato in sposa la propria giovane serva, affinché compisse ciò che lei non aveva potuto. Sappiamo oggi che la sterilità di una coppia è più spesso imputabile al maschio che non alla femmina sicché sarebbe anche lecito ipotizzare che Isacco fosse in realtà il frutto dell’unione della giovane serva con qualche coetaneo, piuttosto che della fertilità tardivamente ritrovata dei due anziani coniugi che si sarebbero invece limitati ad adottarlo. Non è forse vero che l’autore dei Promessi Sposi era figlio di Giovanni Verri e non del legittimo marito della propria madre? E fatti di cronaca più recenti non hanno forse svelato a un uomo che credevasi padre di aver invece cresciuto il figlio generato da una gravidanza dovuta ad una relazione extraconiugale tenuta occulta per oltre quarant’anni?
Certo che l’idea del commercio di  vite umane può scuotere le nostre coscienze, ma questo non è nemmeno uno dei casi peggiori che ci è dato osservare e non è poi detto che le conseguenze siano così dannose per la società e per i protagonisti stessi. E’ certo invece che l’indignazione mediatica potrebbe indirizzarsi verso altri casi più meritevoli  spesso taciuti e ignorati.
Frattanto che riflettiamo sull’argomento io propongo, se già non è stato preso in considerazione, di consacrare Giuseppe Santo Patrono dei genitori adottivi e putativi e delle pratiche di fecondazione assistita.

Vita da single

“Mi sono sposato presto, non giovanissimo ma diciamo in età giusta per un matrimonio; alla fine era quello che veramente volevo: crearmi una famiglia, avere una donna a cui dare il mio amore, magari, anzi certamente, dei figli. Lo so, a guardarmi non si direbbe, non ho certo l’aspetto e i modi di chi indugia al romanticismo. Nemmeno a vent’anni. Ma quello che si mostra non è sempre quello che si è. Ero un ragazzone timido, magro, con una gran chioma di capelli ricci e tendenti al biondo e due occhi color del carbone vagamente inclinati agli angoli verso il basso, quasi a simulare uno sguardo rattristato, che piacevano tanto alle ragazze. Forse era proprio il contrasto inusuale tra quelli occhi scuri e il colore chiaro dei capelli che piaceva, o forse gli occhi piangenti, o forse il naso da dio greco, o forse i miei modi silenti, che in realtà celavano la timidezza impacciata che cercavo di mascherare con un’apparente spigliatezza. O forse i miei modi gentili, di chi cercava di piacere a tutti. Continua a leggere

Par Condicio

Domanda:

“condurre in modo non occasionale una relazione sessuale con un’altra persona è compatibile con una sana vita di coppia?”

Risposta:

“se a condurre la relazione è lui e se lei non sa e non sospetta nulla, si”

Altra domanda:

“e se invece è lei?”