Scheletri nell’armadio

Non voglio certo dare consigli a qualcuno o intromettermi in personalissime scelte, ma una cosa che non ho mai capito è perchè mai chi decide di aprire un blog  lo rende privato o scrive post protetti da password. Chi crea un blog su uno spazio pubblico sicuramente sa che si sta mettendo in vetrina: verranno a leggerlo potenziali visitatori del tutto sconosciuti, nascosti sotto un nick di fantasia, e che tali per lo più rimarranno anche se e quando diverranno suoi lettori o commentatori più o meno affezionati. Sa anche che in virtù dei poteri sconfinati della rete potranno giugere a lui da ogni dove, intenzionalmente o per puro caso, potranno venire a cercarlo o capitare per sbaglio o per curiosità tra le sue righe. E siccome è proprio questo che vuole, ovvero crearsi un pubblico  o degli amici virtuali per il piacere di raccontarsi e di trovare qualcuno che lo sta ad ascoltare e quindi solleticare il proprio narcisismo o magari rompere una solitudine troppo monotona o dire nell’anonimato quello che non direbbe a  viso aperto o, ancora, mostrare un’immagine ritoccata e abbellita di ciò che non è, magari suscitando anche romantiche fantasie nei lettori, ecco, per tutti questi motivi non capisco appunto a che pro mettere un lucchetto e creare un circolo privato di amici o, addirittura, di lettori di singoli post. Insomma scegliere quali, tra gli sconosciuti, verranno ammessi al proprio desco.

Per non parlare poi delle smanie di controllo sui visitatori, rese possibili da sistemi di monitoraggio ormai alla portata di tutti, innocente vezzo denotante una semplice curiosità al più venata da una punta di autocompiacimento, ma che può  virare in vere e proprie fantasie paranoiche (magari in soggetti predisposti)  su chi mai e per quali oscuri motivi si ferma ad osservare la propria vetrina. Il rimedio? La rete è un’arma potente, utilizzare con cautela. Forse è meglio non mettere in piazza tutti i fatti propri, e chi ha scheletri nell’armadio badi a tenerlo ben chiuso.


Ambiguità

Sono stanca delle comunicazioni trasversali, delle cose non dette che dovrebbero essere chiare (a chi le pensa) e delle ovvietà che viceversa non lo sono. Sarebbe bello se la comunicazione fosse univoca, se quando ci si dice qualcosa non rimanesse ombra di dubbio  circa le reciproche intenzioni,  se le nostre parole rappresentassero all’altro esattamente il nostro pensiero così come noi lo formuliamo nell’intimo. Ma sembra che questo rappresenti un traguardo irraggiungibile.

Il silenzio, si dice, parla da solo. Ma è tutt’altro che vero: il silenzio è spesso carico di dubbi e domande senza risposta. Così come le parole o i gesti hanno significati assai diversi da quelli che noi attribuiamo loro. E questo senza contare che tendiamo ad attribuire  a gesti e parole i significati che più ci aggradano…

Friends with benefits

Nell’era dell’incertezza anche dei sentimenti e dell’instabilità delle relazioni si sente spesso parlare di friends whit benefits (o più semplicemente trombamici, per chiamarli nella nostra lingua, anche se con termine meno elegante).

A quanto pare sono popolari tra i giovani maschi e le giovani femmine che non hanno ancora trovato l’anima gemella  e che ricorrono alla “friendship” per placare le tempeste ormonali che a quell’età sono all’ordine del giorno.

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Ma piacciono anche, e forse ancor di più, ai cinquantenni e dintorni che non sono approdati ad una relazione stabile o si sono ritrovati soli dopo averla avuta, per i quali il trombamico/a è un modo per rinverdire i ricordi dei bei tempi passati o per spezzare, di tanto in tanto, la noia della singletudine.

Personalmente credo all’amicizia tra uomini e donne, naturalmente a patto che non si pretenda avere le stesse caratteristiche dell’amicizia tra persone dello stesso sesso, il che, secondo me, è impossibile. Su questo genere di friends confesso però di nutrire qualche dubbio. I trombamici non sono “amici”, almeno nel senso tradizionale del termine: con gli amici veri non si va mai a letto e se ci si finisce finisce anche l’amicizia. Con i trombamici manca quell’intesa e quella comunanza di interessi che può trasformarli in una coppia; manca anche quella passione e quel trasporto dei sensi che li fa diventare amanti.

I trombamici si frequentano occasionalmente, anche se ciò può comportare il dividere una cena al ristorante o una serata a cinema o a teatro, si salutano con il bacino sulla guancia, non si mancano e non si pensano quando non si sentono ed escono (momentaneamente) dalla reciproche vite non appena varcata la soglia della porta di casa.

I trombamici spesso spariscono definitivamente dall’orizzonte appena il fulgido sole di una passione o di un sentimento condiviso li offusca tanto da metterli in ombra e relegarli nel dimenticatoio. Questo a meno che la friendship non sia solo unilaterale e per uno dei due ci sia la segreta aspettativa che si trasformi in altro.

Niente di nuovo sotto il sole, cambia il nome ma la sostanza è sempre quella: trovare qualcuno con cui consolarsi in attesa di meglio è sempre andato di moda.

I trombamici anche nei momenti di più lunga singletudine non sono mai entrati nella mia vita, certo non posso garantire per il futuro. Ma li considero un tantino tristi, una specie di adesione al motto “fare di necessità virtù”.

Mi sono chiesta, proclami entusiastici a parte che ogni tanto mi capita di sentire, c’è davvero qualcuno a cui piacciono tanto da considerarli seriamente un’alternativa ad una relazione sentimentale?