Scheletri nell’armadio

Non voglio certo dare consigli a qualcuno o intromettermi in personalissime scelte, ma una cosa che non ho mai capito è perchè mai chi decide di aprire un blog  lo rende privato o scrive post protetti da password. Chi crea un blog su uno spazio pubblico sicuramente sa che si sta mettendo in vetrina: verranno a leggerlo potenziali visitatori del tutto sconosciuti, nascosti sotto un nick di fantasia, e che tali per lo più rimarranno anche se e quando diverranno suoi lettori o commentatori più o meno affezionati. Sa anche che in virtù dei poteri sconfinati della rete potranno giugere a lui da ogni dove, intenzionalmente o per puro caso, potranno venire a cercarlo o capitare per sbaglio o per curiosità tra le sue righe. E siccome è proprio questo che vuole, ovvero crearsi un pubblico  o degli amici virtuali per il piacere di raccontarsi e di trovare qualcuno che lo sta ad ascoltare e quindi solleticare il proprio narcisismo o magari rompere una solitudine troppo monotona o dire nell’anonimato quello che non direbbe a  viso aperto o, ancora, mostrare un’immagine ritoccata e abbellita di ciò che non è, magari suscitando anche romantiche fantasie nei lettori, ecco, per tutti questi motivi non capisco appunto a che pro mettere un lucchetto e creare un circolo privato di amici o, addirittura, di lettori di singoli post. Insomma scegliere quali, tra gli sconosciuti, verranno ammessi al proprio desco.

Per non parlare poi delle smanie di controllo sui visitatori, rese possibili da sistemi di monitoraggio ormai alla portata di tutti, innocente vezzo denotante una semplice curiosità al più venata da una punta di autocompiacimento, ma che può  virare in vere e proprie fantasie paranoiche (magari in soggetti predisposti)  su chi mai e per quali oscuri motivi si ferma ad osservare la propria vetrina. Il rimedio? La rete è un’arma potente, utilizzare con cautela. Forse è meglio non mettere in piazza tutti i fatti propri, e chi ha scheletri nell’armadio badi a tenerlo ben chiuso.


Annunci

Il telefono ai tempi di internet

Ai miei tempi il telefono era una cosa seria.  Non tutti ce l’avevano, e quando c’era in casa  lo si usava con cautela e solo per le comunicazioni importanti. Il primo apparecchio di cui ho memoria era un pesantissimo telefono nero appeso al muro con il  disco che quando si infilava l’indice per comporre il numero produceva un caratteristico rumore che creava un’atmosfera di solennità e suspance. C’erano ancora i posti telefonici pubblici e le cabine telefoniche e i gettoni color rame con una scanalatura da una parte e due dall’altra che, alla fine, venivano utilizzati anche al supermercato per pagare gli spiccioli della spesa o dare il resto.

C’erano le linee singole e duplex, che quando il tuo vicino di casa telefonava  tu alzavi la cornetta e il telefono faceva tut-tut-tut e non lo potevi usare finché quello non riattaccava; c’erano le chiamate interurbane che a volte richiedevano minuti interi di attesa perché non si riusciva a prendere la linea e, in tempi più remoti, c’era pure l’operatore (il centralino) che passava le telefonate fuori dal distretto.

Ma soprattutto c’erano delle regole. Ai bambini l’uso del telefono era rigorosamente vietato o consentito sotto stretto controllo e preventiva autorizzazione. E poi c’era il bon-ton, la phone-etiquette: non si telefonava a casa delle persone prima delle 8 e dopo le 21, non si facevano telefonate interminabili anche perché – ricordate? – sennò si teneva in scacco il vicino con il duplex, e poi c’era la fatidica formula quando si alzava la cornetta in risposta a uno squillo: “pronto chi parla?”. Ecco, quel pronto chi parla risolveva subito le questioni e metteva in chiaro una cosa: chi bussava alla mia porta aveva il dovere, se non altro per cortesia e buona educazione, di declinare le proprie generalità prima di dare inizio a qualsiasi conversazione.

Adesso il telefono fisso nelle case  non si usa quasi più. Quei pochi che ancora ce l’hanno e non hanno fatto la scelta di disfarsene si guardano dal diffonderne il numero se non agli anziani genitori, a qualche strettissimo parente o amicissimo di vecchia data e a volte manco a quelli. E, a sua volta, il conoscente che per contattarti chiama sul fisso è ormai un rarissimo reperto archeologico. C’è il cellulare e quello basta, anzi, è diventata quasi una sorta di maleducazione chiamare a casa. Al contrario dare il proprio numero di cellulare a qualcuno significa metterlo in linea diretta, dirgli: ecco contattami liberamente quando vuoi; telefonate, messaggi e adesso pure quel tormentone di whatsapp a tutte l’ore…

E allora chi è ancora che ci chiama magari alle nove di mattina quando stiamo frettolosamente sul punto di uscire di casa, o all’ora di pranzo o la sera quando siamo appena ritornati dall’ufficio e l’unica cosa che desideriamo è dedicarci alle nostre cose? Chi usa il telefono fisso per invadere la nostra privacy ormai sono quasi sempre ed esclusivamente loro: gli operatori dei call center e delle aziende varie che cercano di propinarci di tutto e di più: dai contratti telefonici, alle assicurazioni, a fantomatici viaggi premio, abbonamenti a riviste,  prodotti biologici, biglietti per spettacoli di beneficenza, offerte per gli invalidi e chi più ne ha più ne metta. Esordiscono chiedendo della signora Maria o del signor Giuseppe e vai tu a spiegargli che il tuo numero è privato, che non è in elenco, che è iscritto al registro delle opposizioni e per favore che lo cancellino dalle loro liste. Loro i numeri li hanno presi da uno di quei maledetti moduli che ormai compiliamo quotidianamente in quantità industriale tutte le volte che vogliamo accedere a qualsivoglia servizio, tessera, card o bene. Alla barba della crocetta che abbiamo avuto cura di apporre diligentemente sulla relativa opzione: NON ACCONSENTO all’uso dei dati per comunicazioni commerciali.

E allora come si fa a liberarsi dei disturbatori? Molto semplicemente e senza colpo ferire: basta riattaccare gentilmente la cornetta al minimo cenno di allarme. Come si faceva una volta con quegli spiriti allegri che si divertivano a fare gli scherzi al telefono.